Ci sono limiti veri.
E poi ci sono limiti che nascono in un posto ancora più potente della realtà: la tua mente.
Perché la mente non è un narratore neutrale, seduto in fondo alla sala con le braccia conserte.
La mente è il regista. È il generale. È il ministro dell’economia.
Decide dove investire, cosa tagliare, cosa proteggere.
Decide quali strade esplorare e quali strade ignorare.
Il punto più inquietante è questo:
molti dei limiti che oggi ti sembrano “oggettivi” non sono nati da un muro esterno.
Sono nati da una frase interna.
Una frase detta una volta, poi due, poi mille.
Una frase ripetuta finché ha iniziato a suonare come la verità.
“Non ce la faccio.”
“Non è per me.”
“È troppo tardi.”
“Ormai è impossibile.”
“A quarant’anni non si cresce.”
“A quarant’anni non si dimagrisce.”
“Se non faccio tutto perfetto non ha senso.”
“Se non mi alleno così non ottengo niente.”
E così, senza accorgertene, la tua mente ha fatto quello che sa fare meglio: ha trasformato un pensiero in una cornice, in un limite.
E la cornice/il limite in una realtà.
Il punto non è che tu non ci riesci. È che hai smesso di provarci davvero.
La maggior parte delle persone non si ferma perché si rompe, si ferma perché crede che si romperà.
E qui non stiamo parlando di ottimismo da Instagram.
Stiamo parlando di una dinamica cruda: quando una cosa viene etichettata come “impossibile”, il cervello riduce automaticamente:
- la ricerca di soluzioni
- la perseveranza
- la creatività
- la tolleranza alla frustrazione
Perché il cervello è un organismo che risparmia energia.
Non investe dove pensa di perdere.
Non è cattivo, è economico.
Ecco perché un limite mentale non è una poesia: è una decisione energetica.
La storia che dovrebbe scuoterti: George Dantzig e il potere di non sapere
Immagina la scena.
Un ragazzo entra in ritardo a lezione di statistica.
È già in colpa, è già teso: “Cavolo, ho perso l’inizio.”
Alza lo sguardo e vede due problemi scritti alla lavagna.
Sono lì, belli grossi, scritti con la calligrafia del professore.
Nessuna scritta “impossibile”, nessuna targhetta rossa, nessuna sirena.
Il ragazzo pensa: “Ok… saranno sicuramente compiti.”
Li copia e torna a casa.
Inizia a lavorare.
E capisce subito una cosa: questi esercizi sono un’altra categoria.
Non sono “un po’ difficili”, sono brutali.
Ore, tentativi, carta, cancellature, riscritture.
A un certo punto gli viene il dubbio: “Forse sono stupido.”
“Forse mi manca qualcosa.”
“Perché non ci arrivo?”
È lì, sull’orlo, nella zona dove la maggior parte delle persone molla, ma lui non molla.
Perché dentro di sé c’è ancora un pensiero potente:
“Se il professore li ha messi lì, si possono fare.”
Passa una settimana. Forse di più.
E a un certo punto, il nodo si scioglie, il problema cede.
Poi cede anche il secondo.
Li consegna. Pure in ritardo con quella sensazione amarognola:
“Ce l’ho fatta, ma ho consegnato tardi… perderò punti.”
Passano giorni.
Poi il professore arriva da lui come se avesse visto un fantasma.
“Ma…ma come hai fatto?”
“TI RENDI CONTO DI COSA HAI FATTO?”
“Questi problemi erano considerati irrisolvibili. Li avevo scritti sulla lavagna come esempi di problemi irrisolti. Le più grandi menti matematiche degli ultimi decenni ci hanno lavorato per anni e hanno fallito. Erano considerati impossibili, e tu… li hai risolti.”
Il ragazzo era George Dantzig.
E Dantzig stesso disse una frase che dovrebbe essere incisa su un muro:
se avesse saputo che erano “impossibili”, probabilmente non avrebbe nemmeno provato.
Ecco il punto.
Non è che lui era un alieno.
È che non aveva ancora installato nella mente il software dell’impossibilità.
Djokovic: quando l’immaginazione non è fantasia, ma allenamento del sistema nervoso
Ora prendi un altro scenario.
Un ragazzo giovane, ancora lontanissimo dall’élite mondiale.
Ma nella sua testa c’è già un’immagine.
Non un desiderio, non un sogno vago.
Un film.
Lui si immagina Wimbledon.
Chiude gli occhi e viene catapultato in un’altra realtà. Non é solo un immaginazione breve di pochi secondi. Non si immagina solo di alzare la coppa per pochi secondi e poi torna a giocare con gli amici e si dimentica di quello a cui ha appena pensato. Diventa un realtà: per lui é come se si trovasse realmente lí.
Sente il brusio. Sente le mani che applaudono.
Sente il suono della folla che sale come un’onda.
Sente l’aria, sente il calore, sente il corpo stanco, sente il cuore che batte.
Vede la coppa.
La vede davvero.
E quando allunga la mano, la sente: il peso, il freddo del metallo, la consistenza, l’attrito contro la pelle.
Sente persino la stanchezza nelle braccia e l’euforia che gli prende lo stomaco.
Non è un “mi immagino e basta”.
È una simulazione completa.
Ripetuta.
Ogni giorno.
Più volte al giorno.
Sul bus.
In treno.
Prima di dormire.
Appena sveglio.
Il cervello, a forza di ripetere, inizia a trattare quella scena non come un’idea…
ma come un futuro inevitabile.
E qui bisogna essere scientificamente chiari senza spegnere la fiamma:
Il cervello sa distinguere immaginazione e realtà.
Ma quando l’immaginazione è vivida e ripetuta, attiva reti neurali sovrapponibili all’azione reale.
Alleni il circuito. Rafforzi le connessioni. Prepari il sistema per quella realtà. Il corpo inizia a indirizzare energie e risorse per mutare il corpo per metterlo nella posizione migliore per manifestare quella realtà. É come se ogni cellula del corpo iniziasse a lavorare all’unisono e in sintonia per raggiungere quell’obbiettivo.
Il risultato non è “manifestazione magica”.
Il risultato è che quando ti alleni davvero, quando soffri davvero, quando sei tentato di mollare…hai già una parte di te che dice:
“Questo è il mio posto. Io arriverò in cima. Questo é il mio futuro. L’ho già visto e so che é possibile.”
E una persona così non si allena come una persona che dubita.
Non recupera come una persona che dubita.
Non soffre come una persona che dubita.
Non persevera come una persona che dubita.
Il veleno moderno: limiti presi in prestito e paura per contagio
Oggi non viviamo più solo la nostra vita.
Viviamo anche le vite degli altri.
E assorbiamo le loro sconfitte, le loro paure, le loro conclusioni.
Uno ha fallito, lo racconta, diecimila persone lo vedono.
E senza rendersene conto, si installa un pensiero:
“Ah, allora è difficile. Allora forse non fa anche per me.”
Poi lo racconta un altro.
E poi un altro.
E improvvisamente un’intera generazione è convinta che:
- dimagrire sia quasi impossibile
- mettere muscolo dopo una certa età sia impossibile
- cambiare vita sia impossibile
- migliorare il proprio corpo sia impossibile
Non perché lo hanno provato davvero fino in fondo, ma perché hanno respirato aria tossica.
Come se la paura fosse diventata un virus sociale.
Ed è qui che il punto diventa chiaro.
Non si tratta di pensiero positivo ingenuo.
Si tratta di non installare limiti inutili nel sistema nervoso.
Perché ogni volta che ti ripeti “non ce la posso fare”, “alla mia età è finita”, “per me è impossibile”, non stai solo descrivendo la realtà: la stai programmando.
Ed è falso che dopo una certa età non si possa cambiare. È falso che non si possa dimagrire. È falso che non si possa costruire massa muscolare. É falso che se non faccio tutto in modo perfetto, allora non serve a nulla. É falso dire che ci sia solo un metodo per dimagrire o per aumentare la massa muscolare e se non fai come ti dice Tizio o Caio allora é tutto inutile.
È falso che non si possa cambiare ambiente, carriera, corpo, traiettoria. La storia è piena di persone che hanno fatto esattamente questo, a 10, 20, 30, 40, 50, 60 anni e oltre. Non sono eccezioni genetiche. Sono persone che non hanno accettato il verdetto mentale.
Mantenere una visione aperta non è un atto romantico.
È una strategia biologica.
Se nutri la tua mente con speranza, possibilità, apertura, il cervello tende a cercare soluzioni, alternative, adattamenti. Se la nutri con mantra limitanti e autosabotanti, il cervello riduce l’esplorazione. Non perché vuole punirti, ma perché prende sul serio quello che ripeti.
Il cervello non discute con le tue frasi.
Le registra.
E se per mesi o anni ripeti a te stesso che qualcosa è fuori dalla tua portata, quella frase diventa una cornice. Dentro quella cornice, ogni tentativo sarà più debole, ogni errore sarà una conferma, ogni ostacolo sarà una prova che avevi ragione.
Quello che era solo un pensiero diventa un filtro.
Il filtro diventa comportamento.
Il comportamento diventa risultato.
E il risultato sembra confermare la storia iniziale.
Così un’illusione diventa realtà.
Non perché fosse vera.
Ma perché l’hai alimentata abbastanza a lungo da farla diventare il tuo sistema operativo.
Lo stress che ti consuma non è sempre quello che credi
La forza mentale é anche resilienza allo stress.
E lo stress cronico, ne abbiamo già parlato, è uno dei fattori più distruttivi per corpo e mente: altera ormoni, sonno, metabolismo, infiammazione, lucidità.
Ma c’è una distinzione fondamentale.
Esiste lo stress reale:
- dormire due ore a notte
- allenarsi cinque ore al giorno
- lavorare diciannove ore consecutive
- vivere in una situazione di pericolo oggettivo
Quello è stress biologico vero, ma poi esiste un altro tipo di stress.
Quello che nasce nella mente.
Ansia.
Overthinking.
Ruminazione.
Confronto continuo.
Paranoia.
Narrative negative ripetute ogni giorno.
Uno stress che non deriva da una minaccia concreta e immediata, ma da un’interpretazione costante.
Ti svegli la mattina.
Accendi il telefono.
Notizie di guerra. Catastrofi. Crisi.
Scrolli Instagram, TikTok, X.
Altri che sembrano avere più successo, più soldi, più fisico, più vita.
E il tuo sistema nervoso entra in allerta.
Non perché stai combattendo una guerra, ma perché stai consumando una narrazione di minaccia.
Poi esci di casa, piove, perdi l’autobus, c’è traffico, l’ombrello si rompe, arrivi in ritardo, ti sgridano.
E dentro di te cresce una tensione:
“È troppo”
“Perché sempre io?”
“Non ce la faccio”
“È una giornata di merda”
Ma fermati un secondo.
Immagina una persona che viene da un paese devastato dalla guerra, dalla fame, dall’instabilità.
La metti nel traffico della tua città.
Piove. È in ritardo.
E forse penserebbe:
“Wow, sono così fortunato ad avere una macchina, sono qui al sicuro, nessuno mi attacca, nessuno mi bombarda, non c’è niente di male. Sono così fortunato, sono così contento. A casa adesso sarei morendo di fame,starei pensando se ce la farò a sopravvivere oggi o no, invece adesso sono qui nel traffico. Al caldo. In sicurezza. C’è la pioggia che cade. Che bella la pioggia, là l’acqua non la vedevo neanche col binocolo, adesso mi cade in testa dal cielo.”
Noi spesso pensiamo:
“Che palle devo fare 500 cose. Devo andare al lavoro. Che sbatti. Poi dopo devo fare quello e quell’altro, pulire casa, poi dovrei andare ad allenarmi, ma chi me lo fa fare? Oddio ho dimenticato che devo anche studiare, che due co***oni veramente.”
Questo qualcun altro potrebbe pensare:
“Devo fare 500 cose?“
No. Posso fare 500 cose.
Posso andare al lavoro. Ho la fortuna di poterci andare.
Posso prendere i miei figli da scuola.
Posso andare in posta. Esiste una posta dove posso andare.
Posso aspettare il mio turno.
Posso pulire casa. Ho la fortuna di avere una mia dimora, un mio nido personale dove posso ritirarmi e che posso gestire come meglio mi aggrada, senza avere il timore che domani non ci sia più la mia casa.
Posso vivere in una città stabile.
Posso/ho la fortuna di potermi allenare. Con calma. In sicurezza.
Posso studiare. Ho la fortuna di potermi istruire, di poter acquisire conoscenze e migliorare il mio stato corrente.
Ho la fortuna di poter decidere io come vivere la mia vita.”
Stessa realtà esterna.
Due interpretazioni opposte.
E qui capiamo cosa significa davvero stress autoindotto.
Perché spesso non è la situazione a schiacciarci, è il modo in cui la raccontiamo a noi stessi.
Se guardiamo alle cosiddette Blue Zones — quelle aree del mondo con la più alta concentrazione di centenari, come Okinawa in Giappone, la Sardegna, Ikaria in Grecia, la penisola di Nicoya in Costa Rica, Loma Linda in California — la domanda ritorna sempre la stessa:
Qual è il loro segreto?
E puntualmente qualcuno dice:
“È la dieta.”
“È perché sono vegetariani.”
“È perché mangiano poche proteine.”
Ridurre la longevità di intere popolazioni a un singolo fattore alimentare è una semplificazione estrema non è solo imprecisa, è ingenua.
Non è una cosa.
È un ecosistema.
Sì, mangiano cibo semplice.
Sì, mangiano prevalentemente locale.
Sì, mangiano ciò che cresce nel loro ambiente.
Ma non perché sia vegetariano o meno.
Bensì perché è cibo vero. Naturale. Non processato. Coltivato da loro o nei dintorni, in armonia con il territorio.
E qui c’è un punto più sottile.
Il cibo è energia solare trasformata.
Senza sole non esiste fotosintesi.
Senza fotosintesi non esistono piante.
Senza piante non esiste catena alimentare.
I fotoni del sole vengono catturati dalla clorofilla, convertiti in energia chimica e immagazzinati nei tessuti vegetali. Quando noi mangiamo quel frutto, quella radice, quel legume, stiamo assumendo energia che è stata filtrata e strutturata in quell’ambiente specifico.
Non è magia. È biochimica.
Nelle Blue zones l’informazione ambientale (luce, temperatura, stagionalità) che plasma il cibo, è la stessa informazione ambientale che colpisce la pelle, gli occhi, e i ritmi circadiani delle persone che vivono in quei posti.
C’è congruenza, non c’è mismatch.
Non mangiano fragole coltivate a migliaia di chilometri in un clima artificiale mentre vivono in un ambiente completamente diverso. Non introducono segnali biologici fuori contesto rispetto a ciò che il loro sistema nervoso e i loro mitocondri stanno percependo.
È coerenza biologica.
Ma anche questo non basta a spiegare tutto. Si é vero: si trovano tutto il giorno all’aria aperta incontaminata, fanno tanto movimento senza però distruggersi, rispettano i ritmi circadiani svegliandosi all’alba e andando a dormire presto. Però questa non é comunque tutta la storia.
Perché c’è un altro fattore, spesso ignorato: l’assenza di stress cronico autoindotto.
Nelle Blue Zones esiste comunità.
Esiste connessione reale.
Esiste reciprocità.
Le persone si conoscono, si aiutano, si sostengono.
Una mano lava l’altra.
Non vivono nel confronto costante.
Non sono bombardate ogni giorno da notizie di guerre, omicidi, scandali, tradimenti, crisi globali.
Non scrollano per ore al giorno ricevendo picchi dopaminergici continui seguiti da crolli.
Non vivono in uno stato simpatico cronico di iperattivazione.
Il loro cervello non è costantemente sovrastimolato.
Non è immerso in una valanga di informazioni negative.
Non è intrappolato nel confronto tossico del “lui ha di più”, “lei è meglio”, “io sono indietro”.
Non c’è quella continua esposizione alle “mancanze”.
Perché molte delle nostre mancanze nascono solo dal confronto.
Se non sapessi che qualcuno possiede qualcosa, forse non ti verrebbe nemmeno in mente di desiderarla.
Ma quando ti viene sbattuto in faccia ogni giorno che altri hanno di più, sono più ricchi, che se non hai quel modello di macchina, quel capo firmato, quel vestito, allora sei sfigato o ti manca qualcosa, o se non hai quel tipo di fisico allora vali meno, allora nasce l’insoddisfazione artificiale.
Nasce l’ansia.
Nasce il senso di inadeguatezza.
Nasce lo stress.
E quello stress non è fisiologico.
Non è lo stress di chi deve fuggire da un pericolo reale.
È uno stress narrativo. Mentale. Autoalimentato.
Nelle Blue Zones la vita è semplice, sì, ma soprattutto è semplice per il cervello.
Si muovono ogni giorno, ma non si distruggono.
Lavorano, ma non si consumano.
Mangiano, ma non ossessionano.
Vivono nella realtà concreta, non in un flusso continuo di confronto digitale.
E quando togli l’iperstimolazione cronica,
quando togli il bombardamento mediatico,
quando togli la competizione sociale incessante,
quando togli la narrativa del “non sei abbastanza”,
la biochimica cambia.
Il sistema nervoso si stabilizza.
Il cortisolo non rimane cronicamente elevato.
Il sonno migliora.
L’infiammazione si riduce.
La vita si allunga.
Non perché mangiano solo vegetali.
Ma perché vivono in coerenza.
Coerenza ambientale.
Coerenza alimentare.
Coerenza circadiana.
Coerenza sociale.
Coerenza mentale.
E questa coerenza, sommata nel tempo, diventa longevità.
Cosa ne pensi?
Ho toccato qualche punto dolente?
Qualche frase ti risuona?
Ti aspetto nei commenti, grazie sempre per il tuo tempo.
Oliver

Fa riflettere.
Fantastico!
Questo é anche il mio pensiero.
Da sempre acquisto prodotti begetali bio o se si tratta di carne, in piccole realtà e allevamenti.
I pensieri per la maggior parte sono indotto, il fatto è che non si è abbastanza presenti per comprenderlo.
Bravo Oliver! Giovane ma molto saggio…d’altronde…buon sangue non mente!
Che dire? Mi rispecchio in questa descrizione. Sono prigioniera della mia mente. Ma ci sto lavorando. Ho deciso di cambiare.
E questo mi ricorda di continuare a liberarmi dalla mia prigione.
Grazie
Ciao. Ho 52 anni. Ho passato tutta la mia vita in sovrappeso. Diete perdita di peso e poi ancora li riprendevo… sempre demoralizzata.
E dicevo io non potrò mai essere normopeso…. Poi a 45 anni ho cominciato a cambiare il pensiero… io devo dimagrire e voglio restare nel mio peso ideale.
Ce l’ho fatta!!!! Non è stata facile, ma si può!!!
Grazie anche a voi!! Sono contenta e felice nel mio corpo!
Antonella
Stupendo !!!La mente è tutto grazie
Al fine di migliorare:
– troppo lungo
– troppo logorroico
Buona Vita Oliver
Certo, meglio i real? Che tristezza! Bravo Oliver, è sempre costruttivo leggere i tuoi articoli!
Buongiorno Oliver,
articolo molto interessante.
Ho una domanda, ci sono strategie per cambiare il software a chi “crede” di soffrire di un disturbo alimentare?
Grande Oliver, 👍 ci vediamo a BZ🤓
Hai toccato tutti i punti dolenti …..
sono cose che fanno riflettere molto …..
Grazie, mi ha fatto riflettere.
Lo leggerò altre volte.
Grazie davvero.
Bravo!
Grazie Oliver, fermarsi , respirare, prendere consapevolezza della nostra capacità e volontà é un ottimo punto di partenza per ottenere ciò che si desidera ottene .
Articolo che che riflette molto e che andrebbe riletto piuttosto spesso. Grazie Oliver!
Buongiorno Dottoressa,
Interessantissimo tutto e condivido pienamente anche perché da anni oramai sto cercando di modificare il mio atteggiamento mentale verso tutte le situazioni della mia vita.
Ho letto molto Bruce Lipton e ho sperimentato veramente quanto sia potente la nostra mente (la Mente che mente…).
La seguo con entusiasmo e sono contenta di poter mettere in pratica i suoi preziosi consigli, ho 58 anni sono in menopausa da quasi 4 anni e innamorata della vita, alimentazione sana, giusto allenamento, immersioni nella natura….. certo poi la vita a volte ci mette di fronte a situazioni in cui è un attimo scivolare nella debolezza, ma ci sta’, siamo esseri umani! L’ importante è riprendersi con ottimismo, forza e Amore! Mi dispiace soltanto che lei stia così lontana, io vivo a Torino, e a tal proposito lei chiederei, se non è troppo disturbo, se avesse qualche conoscenza di medici endocrinologi qui a Torino da potermi consigliare.
Grazie per tutto l’ amore e la passione che ci trasmette ogni giorno con i suoi meravigliosi posti!
Con affetto Patrizia
Hai ragione Oliver! Mi sento in gabbia, e lo so che è la mia mente , sono io!!! Ed è vero … mi dico che non ce la faccio! Non riesco più a mettermi in forma e a perdere peso ( 2 anni fa Ero riuscita) ma oggi forse ho l’alibi della menopausa incombente ,Conosco tutti i buoni insegnamenti di tua madre ,già applicati una volta,.. si lo so , devono essere acquisiti come stile di vita ! Alcuni ancora sono miei , altri li ho lasciati per strada…..non mi sento io e questio mi fa stare malissimo e buia dentro
Si, è proprio così, non fa una piega👍
Ho letto frasi che risuonano spesso nel mio cervello… mi sono ritrovato un vari punti del discorso… la mente comanda.. inizierò la challenge con uno spirito diverso
Ciao Oliver,
Argomenti molto interessanti, penso che ci riguardano tutti, soprattutto noi occidentali sempre di corsa, e guardiamo spesso il successo degli altri.
Continua così,
Complimenti.
Grazie oliver..condivido con te quanto hai scritto….bisogna amarsi,volersi bene..in primis..noi stessi..e questo amore ci aiutera’ ad affrontare tutto per stare sempre meglio..grazie per i consigli..utilissimi..insieme al lavoro della tua mamma,che io seguo da tempo grazie